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	<title>FactCheck.it &#187; trasparenza</title>
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	<description>Chi salva un fatto salva la verità intera</description>
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		<title>La trasparenza però, dice Lessig</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 07:45:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Malamud]]></category>
		<category><![CDATA[David Weinberger]]></category>
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		<category><![CDATA[The New Republic]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un limite alla trasparenza? Esiste una soglia superata la quale il bene che la disponibilità di informazioni produce è neutralizzato dai suoi effetti collaterali? Secondo <a href="http://www.lessig.org/">Lawrence Lessig</a> sì. E lo spiega <a href="http://www.tnr.com/article/books-and-arts/against-transparency?page=0,0">in un lungo e complesso articolo</a> pubblicato un paio di settimane fa su <em>The New Republic</em> (grazie a <a href="http://comunitadigitali.blogosfere.it/">Luca Dello Iacovo</a> per averlo rilanciato <a href="http://factcheck.it/2009/10/26/primo-la-disponibilita-dei-fatti/">nei commenti al post precedente</a>). Le conclusioni di Lessig, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lawrence_Lessig">riconosciuto paladino della cultura libera e accessibile</a>, sono per molti versi sorprendenti e infatti hanno fatto molto discutere (risposte stimolanti sono arrivate, fra gli altri, da <a href="http://www.hyperorg.com/blogger/2009/10/12/lessigs-against-transparency-a-walkthrough/">Weinberger</a>, <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2009/10/12/on-connecting-the-dots-a-response-to-lessig-on-transparency/">Zuckerman</a>, <a href="http://radar.oreilly.com/2009/10/larry-lessig-and-naked-transpa.html">Malamud</a>).</p>
<p>Dice in sostanza Lessig che la disponibilità di enormi quantità di dati non sempre confrontabili tra loro, soprattutto in campo politico e in particolare nei risvolti economici della politica, aumenta la probabilità che si generino analisi falsate e tuttavia di facile presa, i cui danni sono spesso superiori alla nobiltà dello scopo. Non è un problema di scarsa intelligenza delle persone, è un problema di investimento di tempo. Il non sapere è per certi versi razionale, funzionale al sistema. Non si può separare il dato nudo dalla complessa catena di livelli di comprensione che l&#8217;intepretazione corretta del dato richiede.</p>
<p>La trasparenza in sé è bene; ma la trasparenza scriteriata, la trasparenza tagliata con l&#8217;accetta, genera mostri. E, come noto, i mostri di questi tempi vendono meglio della ragionevolezza. Internet allenta il controllo che si può esercitare sul racconto della realtà, nel bene e nel male. L&#8217;indebolimento dell&#8217;industria giornalistica sottrae risorse al giornalismo investigativo, lasciando ancor meno presidiato il controllo accurato e competente delle informazioni accessibili da tutti e delle relazioni fra queste. La trasparenza in sé non è più un valore, lo sono semmai la credibilità e l&#8217;affidabilità. Ma mentre i precedenti riferimenti in fatto di credibilità stanno attraversando una crisi epocale, non abbiamo ancora nuovi capisaldi a cui affidarci. Fingere di vedere solo gli aspetti positivi riguardo alla disponibilità e all&#8217;accessibilità delle informazioni è miope e pericoloso.</p>
<p>Benché universali, va tenuto presente che i ragionamenti di Lessig sono costruiti su misura per il sistema politico (e mediale, indirettamente) degli Stati Uniti. Lessig osserva un paese già piuttosto evoluto dal punto di vista della trasparenza, dove molte banche dati di interesse pubblico sono correntemente disponibili; dove l&#8217;amministrazione Obama sta lavorando <a href="http://www.data.gov/">per renderne accessibili molte altre</a>; e dove il sistema di influenza incrociato tra lobby, media e politica funziona grazie a un sistema di  regole peculiare e delicato. La sua provocazione va dunque importata con cautela in nazioni (l&#8217;Italia fra queste) dove a monte delle implicazioni della trasparenza c&#8217;è ancora da conquistare l&#8217;abitudine alla trasparenza.</p>
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		<title>La trasparenza come nuova oggettività</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 11:16:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e tecniche]]></category>
		<category><![CDATA[David Weinberger]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>
		<category><![CDATA[Venice Sessions]]></category>

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		<description><![CDATA[Visto che il concetto è stato ripreso anche oggi alle Venice Sessions, rilancio uno spunto illuminante di David Weinberger sulla trasparenza (attraverso la profondità dei link, per esempio) come nuova forma di oggettività. Spiegava Weinberger recentemente in un post sul suo Joho the Blog: Objectivity used be presented as a stopping point for belief: If [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Visto che il concetto <a href="http://blog.debiase.com/2009/10/david-weinberger.html">è stato ripreso</a> anche oggi <a href="http://venicesessions.it/">alle Venice Sessions</a>, rilancio uno spunto illuminante di David Weinberger sulla trasparenza (attraverso la profondità dei link, per esempio) come nuova forma di oggettività. Spiegava Weinberger recentemente <a href="http://www.hyperorg.com/blogger/2009/07/19/transparency-is-the-new-objectivity/">in un post sul suo Joho the Blog</a>:</p>
<blockquote><p>Objectivity used be presented as a stopping point for belief: If the source is objective and well-informed, you have sufficient reason to believe. The objectivity of the reporter is a stopping point for reader’s inquiry. That was part of high-end newspapers’ claimed value: You can’t believe what you read in a slanted tabloid, but our news is objective, so your inquiry can come to rest here. Credentialing systems had the same basic rhythm: You can stop your quest once you come to a credentialed authority who says, “I got this. You can believe it.” End of story.</p>
<p>We thought that that was how knowledge works, but it turns out that it’s really just how paper works. Transparency prospers in a linked medium, for you can literally see the connections between the final draft’s claims and the ideas that informed it. Paper, on the other hand, sucks at links. You can look up the footnote, but that’s an expensive, time-consuming activity more likely to result in failure than success. So, during the Age of Paper, we got used to the idea that authority comes in the form of a stop sign: You’ve reached a source whose reliability requires no further inquiry.</p>
<p>In the Age of Links, we still use credentials and rely on authorities. Those are indispensible ways of scaling knowledge, that is, letting us know more than any one of us could authenticate on our own. But, increasingly, credentials and authority work best for vouchsafing commoditized knowledge, the stuff that’s settled and not worth arguing about. At the edges of knowledge — in the analysis and contextualization that journalists nowadays tell us is their real value — we want, need, can have, and expect transparency. Transparency puts within the report itself a way for us to see what assumptions and values may have shaped it, and lets us see the arguments that the report resolved one way and not another. Transparency — the embedded ability to see through the published draft — often gives us more reason to believe a report than the claim of objectivity did.</p></blockquote>
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