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	<title>FactCheck.it &#187; Teoria e tecniche</title>
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	<description>Chi salva un fatto salva la verità intera</description>
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		<title>Dati e fatti per fare la differenza</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Aug 2010 09:10:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Teoria e tecniche]]></category>
		<category><![CDATA[data driven journalism]]></category>
		<category><![CDATA[data driven reporting]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo investigativo]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Tedeschini Lalli]]></category>
		<category><![CDATA[open data]]></category>

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		<description><![CDATA[Mario Tedeschini Lalli prosegue il suo discorso su giornalismo e dati (precedenti puntate: 28 maggio, 3 giugno, 4 giugno, 7 giugno): L’idea del data driven journalism o  data driven reporting , cioè di un giornalismo basato sui dati, nasce proprio da questo: gli strumenti digitali offrono ora al giornalista &#8211; e, perché no, al cittadino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mario Tedeschini Lalli <a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2010/08/15/dati-e-giornalismo5-che-centrano-i-giornalisti/">prosegue</a> il suo discorso su giornalismo e dati (precedenti puntate: <a href="L’idea del  data driven journalism  o  data driven reporting  , cioè di un giornalismo basato sui dati, nasce proprio da questo: gli strumenti digitali offrono ora al giornalista - e, perché no, al cittadino - la possibilità di “osservare in proprio” l’intero insieme dei dati relativi a un argomento, per estrapolarne quelli ritenuti più importanti o significativi. Non approfittare di questa possibilità significherebbe rinunciare a uno strumento che consentirebbe ai giornalisti di fare la differenza nel “racconto” dei fatti e - in particolare - nel “racconto” del potere: non solo chi sa leggere (i dati) ha più potere di chi non sa leggerli (come chi “sa leggere” tout court ha più potere di chi non sa leggere), ma il fatto stesso che i dati di base siano nella disponibilità di qualcuno e non di qualcun altro accresce il “delta di potere” tra questi e quello — e di solito chi ne ha la disponibilità è, di solito, chi ha una qualche forma di autorità.">28 maggio</a>, <a href="L’idea del  data driven journalism  o  data driven reporting  , cioè di un giornalismo basato sui dati, nasce proprio da questo: gli strumenti digitali offrono ora al giornalista - e, perché no, al cittadino - la possibilità di “osservare in proprio” l’intero insieme dei dati relativi a un argomento, per estrapolarne quelli ritenuti più importanti o significativi. Non approfittare di questa possibilità significherebbe rinunciare a uno strumento che consentirebbe ai giornalisti di fare la differenza nel “racconto” dei fatti e - in particolare - nel “racconto” del potere: non solo chi sa leggere (i dati) ha più potere di chi non sa leggerli (come chi “sa leggere” tout court ha più potere di chi non sa leggere), ma il fatto stesso che i dati di base siano nella disponibilità di qualcuno e non di qualcun altro accresce il “delta di potere” tra questi e quello — e di solito chi ne ha la disponibilità è, di solito, chi ha una qualche forma di autorità.">3 giugno</a>, <a href="L’idea del  data driven journalism  o  data driven reporting  , cioè di un giornalismo basato sui dati, nasce proprio da questo: gli strumenti digitali offrono ora al giornalista - e, perché no, al cittadino - la possibilità di “osservare in proprio” l’intero insieme dei dati relativi a un argomento, per estrapolarne quelli ritenuti più importanti o significativi. Non approfittare di questa possibilità significherebbe rinunciare a uno strumento che consentirebbe ai giornalisti di fare la differenza nel “racconto” dei fatti e - in particolare - nel “racconto” del potere: non solo chi sa leggere (i dati) ha più potere di chi non sa leggerli (come chi “sa leggere” tout court ha più potere di chi non sa leggere), ma il fatto stesso che i dati di base siano nella disponibilità di qualcuno e non di qualcun altro accresce il “delta di potere” tra questi e quello — e di solito chi ne ha la disponibilità è, di solito, chi ha una qualche forma di autorità.">4 giugno</a>, <a href="L’idea del  data driven journalism  o  data driven reporting  , cioè di un giornalismo basato sui dati, nasce proprio da questo: gli strumenti digitali offrono ora al giornalista - e, perché no, al cittadino - la possibilità di “osservare in proprio” l’intero insieme dei dati relativi a un argomento, per estrapolarne quelli ritenuti più importanti o significativi. Non approfittare di questa possibilità significherebbe rinunciare a uno strumento che consentirebbe ai giornalisti di fare la differenza nel “racconto” dei fatti e - in particolare - nel “racconto” del potere: non solo chi sa leggere (i dati) ha più potere di chi non sa leggerli (come chi “sa leggere” tout court ha più potere di chi non sa leggere), ma il fatto stesso che i dati di base siano nella disponibilità di qualcuno e non di qualcun altro accresce il “delta di potere” tra questi e quello — e di solito chi ne ha la disponibilità è, di solito, chi ha una qualche forma di autorità.">7 giugno</a>):</p>
<blockquote><p>L’idea del <em> <a href="http://datadrivenjournalism.net/"><em>data driven journalism</em></a> </em> o  <a href="http://www.readwriteweb.com/archives/journalism_needs_data_in_21st_century.php"><em>data driven reporting</em></a> , cioè di un giornalismo basato sui dati, nasce proprio da questo: gli  strumenti digitali offrono ora al giornalista &#8211; e, perché no, al  cittadino &#8211; la possibilità di “osservare in proprio” l’intero insieme  dei dati relativi a un argomento, per estrapolarne quelli ritenuti più  importanti o significativi. Non approfittare di questa possibilità  significherebbe rinunciare a uno strumento che consentirebbe ai  giornalisti di fare la differenza nel “racconto” dei fatti e &#8211; in  particolare &#8211; nel “racconto” del potere: non solo chi sa leggere (i  dati) ha più potere di chi non sa leggerli (come chi “sa leggere” tout  court ha più potere di chi non sa leggere), ma il fatto stesso che i  dati di base siano nella disponibilità di qualcuno e non di qualcun  altro accresce il “delta di potere” tra questi e quello — e di solito  chi ne ha la disponibilità è, di solito, chi ha una qualche forma di  autorità.</p></blockquote>
<p>Leggi tutto <a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2010/08/15/dati-e-giornalismo5-che-centrano-i-giornalisti/">su Giornalismo d&#8217;altri</a></p>
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		<title>Tornare a parlare di dati</title>
		<link>http://factcheck.it/2010/06/03/tornare-a-parlare-di-dati/</link>
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		<pubDate>Wed, 02 Jun 2010 22:24:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Teoria e tecniche]]></category>
		<category><![CDATA[accesso ai dati]]></category>
		<category><![CDATA[Freedom of Information Act]]></category>
		<category><![CDATA[Legge 15/2009]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Tedeschini Lalli]]></category>

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		<description><![CDATA[Mario Tedeschini Lalli su Giornalismo d&#8217;altri lancia la discussione, una volta per tutte. Siccome il suo spunto è fondamentale per quello che qui, nei ritagli di tempo, cerchiamo di fare da qualche mese, mi permetto di citarne ampi stralci, sperando di rilanciare il confronto: Quello che il giornalista “fa” è selezionare e organizzare l’informazione. Nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2010/05/28/i-dati-e-il-giornalismo1-vogliamo-cominciare-a-parlarne/">Mario Tedeschini Lalli</a> su <em>Giornalismo d&#8217;altri</em> lancia la discussione, una volta per tutte. Siccome il suo spunto è fondamentale per quello che qui, nei ritagli di tempo, cerchiamo di fare da qualche mese, mi permetto di citarne ampi stralci, sperando di rilanciare il confronto:</p>
<blockquote><p>Quello che il giornalista “fa” è selezionare e organizzare  l’informazione.</p>
<p>Nel mondo analogico la funzione di selezione e organizzazione  dell’informazione non veniva e non viene alla luce tranne che al suo  stadio finale: il testo degli articoli, l’impaginato del giornale o il  sommario del tg. Nel mondo digitale è possibile fare di più: portare “in  vista” una gran parte di questo processo, sia per aumentare la quantita  e la rilevanza delle informazioni per il singolo utente/lettore, sia  per aumentare la credibilità del proprio prodotto.</p>
<p>Si tratta di cominciare a trattare di <em>dati</em>, gli elementi di  base di ogni ricerca o indagine giornalistica per quello che valgono:  cioè molto. Scoprirli, organizzarli, renderli commentabili e annotabili.  E per dati possiamo intendere sia i numeri, le tabelle, le statistiche;  sia i documenti, i testi originali ecc.</p>
<p>Qualcuno potrebbe dire che si tratta di una funzione “archivistica”,  io sostengo che mettere il pubblico in grado di scrutare e analizzare i  dati sulla base del quale la politica o il potere in genere prendono le  decisioni sia una funzione tipicamente giornalistica. Il bello di questo  nuovo mondo digitale e che possiamo andare oltre i semplici “esempi”  che possiamo mostrare o citare in un articolo o in una pagina e offrire  al pubblico, al cittadino il materiale originale, tutto il materiale  originale &#8211; in forma significativa.</p>
<p>Da questo punto di vista occorre agire in due direzioni: verso le  autorità pubbliche e verso i processi stessi di costruzione  giornalistica.</p></blockquote>
<p>Il punto è centrale. Non è soltanto una questione di pratiche professionali, ma anche di disponibilità dei dati. E se non cominciamo a raccoglierli, a chiedere che vengano messi a disposizione e a pretendere che diventino un bene pubblico, come già in altre nazioni che prima di noi si sono confrontate con le opportunità e i rischi della società digitale, non faremo mai passi avanti in questo settore. E dunque:</p>
<blockquote><p>Verso le autorità pubbliche si tratta di far comprendere che i dati e  i documenti sono &#8211; tranne eccezioni &#8211; patrimonio dei cittadini e che  devono essere resi disponibili rendendone più facile il reperimento. Da  una parte c’è da andare verso una legislazione e &#8211; specialmente &#8211; una  prassi che si ispiri al <a href="http://ifg.uniurb.it/informazione/ducato-online/troppi-documenti-segreti-la-fnsi-per-la-liberta-di-conoscere/" target="_self">Freedom of Information Act americano</a> (FOIA):  l’Italia, come è noto, è molto indietro in questo, ma da un anno il  principio &#8211; sia pur solo il principio &#8211; è stato affermato dal  legislatore: un<a href="http://ifg.uniurb.it/informazione/ducato-online/freedom-of-information-act-in-italia-il-principio-e-gia-legge/" target="_self"> emendamento alla cosiddetta Legge Brunetta sulla  pubblica amministrazione ha infatti stabilito</a></p>
<ul>
<li> la trasparenza “intesa come accessibilità totale,                  anche attraverso lo strumento della pubblicazione sui siti internet”                  di tutti i dati e le informazioni sull’organizzazione e   l’andamento                delle amministrazioni (comma settimo)</li>
<li> “le notizie concernenti lo svolgimento delle prestazioni                  di chiunque sia addetto a una funzione pubblica e la relativa   valutazione                non sono oggetto di protezione della   riservatezza personale”                (comma nono)</li>
<li> full disclosure, ossia “accessibilità totale”                di   tutte le informazioni riguardanti l’organizzazione e l’attività                  delle pubbliche amministrazioni</li>
</ul>
<p>Verso il giornalismo stesso occorre cominciare a far passare l’idea  che la “bella scrittura” vale niente o poco se non c’è il dato sul quale  appoggiarla e che il giornalista da solo non ha materialmente la forza  di gestire tutti i dati rilevanti. Occorre passare da un giornalistico  “impressionistico” a quello che qualcuno definisce “<span id="apture_prvw1"><span style="background-position: right -2149px;"> </span><a href="http://www.slideshare.net/shijokingo/il-giornalismo-di-precisione">di  precisione</a></span>“, al “<span id="apture_prvw2"><span style="background-position: right -1349px;"> </span><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Database%20journalism">database  journalism</a></span>” e che potrebbe arrivare fino al “<span id="apture_prvw3"><span style="background-position: right -1349px;"> </span><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Crowdsourcing">crowdsourcing</a></span>“,  cioè alla collaborazione dei cittadini alla raccolta e anche  all’analisi dei dati e dei documenti, come è accaduto al <em>Daily  Telegraph</em> e al <em>Guardian</em> britannici per l’inchiesta sui  rimborsi spese dei parlamentari.</p></blockquote>
<p>Leggi tutto e discutine su <a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2010/05/28/i-dati-e-il-giornalismo1-vogliamo-cominciare-a-parlarne/">Giornalismo  d&#8217;altri</a>.</p>
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		<title>PolitiFact: come si alimenta il Veritometro</title>
		<link>http://factcheck.it/2009/11/03/politifact-come-si-alimenta-il-veritometro/</link>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 14:34:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Tedeschini Lalli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Teoria e tecniche]]></category>
		<category><![CDATA[Bill Adair]]></category>
		<category><![CDATA[PolitiFact]]></category>
		<category><![CDATA[Truth-o-Meter]]></category>

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		<description><![CDATA[Ancora su PolitiFact e il loro &#8220;Veritometro&#8221;. Frédéric Filloux di Monday Note, ci informa che è alimentato da una squadra di cinque-sei giornalisti full time, che a volte chiedono una mano ai collegi del St. Petersburg Times. Ogni giorno la redazione sceglie tre affermazioni &#8220;fattuali&#8221; da verificare, ci lavora su e poi emette il proprio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ancora su <a href="http://www.politifact.com/"><strong><em>PolitiFact</em></strong></a> e il loro &#8220;Veritometro&#8221;. <a title="View all posts by Frédéric Filloux" href="http://www.mondaynote.com/author/ffilloux/">Frédéric Filloux</a> di <a href="http://www.mondaynote.com/2009/06/14/the-real-cost-of-genuine-journalism/"><strong><em>Monday Note</em></strong></a>, ci informa che è alimentato da una squadra di cinque-sei giornalisti full time, che a volte chiedono una mano ai collegi del <strong><em>St. Petersburg Time</em><em>s</em></strong>. Ogni giorno la redazione sceglie tre affermazioni &#8220;fattuali&#8221; da verificare, ci lavora su e poi emette il proprio verdetto (il che ci dice che il fact checking è operazione lunga e costosa).</p>
<p>Il direttore,<strong> Bill Adair</strong>, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Ezo_wsHoxyc">così spiega il fact checking in un video</a> (fa parte della serie per l&#8217;<a href="http://www.youtube.com/user/reporterscenter">autoaddestramento dei videografi su <strong><em>YouTube</em></strong></a>).</p>
<p><object type="application/x-shockwave-flash" data="http://www.youtube.com/v/Ezo_wsHoxyc" width="425" height="350"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Ezo_wsHoxyc" /></object></p>
<p><strong>Aggiornamento 16:17 </strong>-  Si noti la prima cosa da fare per la &#8220;verifica&#8221;: chiedere spiegazioni e fonti alla persona che ha fatto l&#8217;affermazione!</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La trasparenza come nuova oggettività</title>
		<link>http://factcheck.it/2009/10/20/la-trasparenza-come-nuova-oggettivita/</link>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 11:16:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e tecniche]]></category>
		<category><![CDATA[David Weinberger]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>
		<category><![CDATA[Venice Sessions]]></category>

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		<description><![CDATA[Visto che il concetto è stato ripreso anche oggi alle Venice Sessions, rilancio uno spunto illuminante di David Weinberger sulla trasparenza (attraverso la profondità dei link, per esempio) come nuova forma di oggettività. Spiegava Weinberger recentemente in un post sul suo Joho the Blog: Objectivity used be presented as a stopping point for belief: If [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Visto che il concetto <a href="http://blog.debiase.com/2009/10/david-weinberger.html">è stato ripreso</a> anche oggi <a href="http://venicesessions.it/">alle Venice Sessions</a>, rilancio uno spunto illuminante di David Weinberger sulla trasparenza (attraverso la profondità dei link, per esempio) come nuova forma di oggettività. Spiegava Weinberger recentemente <a href="http://www.hyperorg.com/blogger/2009/07/19/transparency-is-the-new-objectivity/">in un post sul suo Joho the Blog</a>:</p>
<blockquote><p>Objectivity used be presented as a stopping point for belief: If the source is objective and well-informed, you have sufficient reason to believe. The objectivity of the reporter is a stopping point for reader’s inquiry. That was part of high-end newspapers’ claimed value: You can’t believe what you read in a slanted tabloid, but our news is objective, so your inquiry can come to rest here. Credentialing systems had the same basic rhythm: You can stop your quest once you come to a credentialed authority who says, “I got this. You can believe it.” End of story.</p>
<p>We thought that that was how knowledge works, but it turns out that it’s really just how paper works. Transparency prospers in a linked medium, for you can literally see the connections between the final draft’s claims and the ideas that informed it. Paper, on the other hand, sucks at links. You can look up the footnote, but that’s an expensive, time-consuming activity more likely to result in failure than success. So, during the Age of Paper, we got used to the idea that authority comes in the form of a stop sign: You’ve reached a source whose reliability requires no further inquiry.</p>
<p>In the Age of Links, we still use credentials and rely on authorities. Those are indispensible ways of scaling knowledge, that is, letting us know more than any one of us could authenticate on our own. But, increasingly, credentials and authority work best for vouchsafing commoditized knowledge, the stuff that’s settled and not worth arguing about. At the edges of knowledge — in the analysis and contextualization that journalists nowadays tell us is their real value — we want, need, can have, and expect transparency. Transparency puts within the report itself a way for us to see what assumptions and values may have shaped it, and lets us see the arguments that the report resolved one way and not another. Transparency — the embedded ability to see through the published draft — often gives us more reason to believe a report than the claim of objectivity did.</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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