Prima che la macina dei media le trasformasse in una mezza burletta condita di particolari piccanti e gossip irrilevante, le dieci domande di Repubblica sono state forse il più importante caso di factchecking politico in Italia. Con le non-risposte di ieri di Silvio Berlusconi in qualche modo l’inchiesta si chiude. Il risultato non fa onore né alle istituzioni democratiche né all’informazione italiane. Sarebbe bene che un giorno, quando si saranno calmate le acque e si potrà parlare dello statista Berlusconi senza toccare nervi scoperti, la si spolpasse di tutte le sovrastrutture retoriche e polemiche accumulate in sei mesi per andare all’essenza di un lavoro sulle fonti di grande rilevanza. Così come del rapporto del potere con le circostanze verificabili.
Curiosamente, di questa inchiesta più che il metodo (confronto di dichiarazioni, incrocio di fonti, condivisione grezza dei materiali raccolti, aggiornamento nel tempo) resta la confezione. Le “dieci domande” sono diventate un genere giornalistico e paragiornalistico abusato, un luogo comune ostinato e spesso ironico o polemico, ma quasi sempre ma spogliato della sua radice di ricerca dei fatti. Basterebbe una sola domanda, alle volte, ma fatta bene.
A mo’ di promemoria, raccolgo qui i passaggi fondamentali del caso:
- Lo speciale di Repubblica.it con le dieci domande iniziali a Berlusconi del 14 maggio 2009
- Le “dieci nuove domande” del 26 giugno 2009
- La cronologia delle fonti dell’inchiesta
- Le risposte di Berlusconi e le controdeduzioni del 6 novembre 2009
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