C’è un limite alla trasparenza? Esiste una soglia superata la quale il bene che la disponibilità di informazioni produce è neutralizzato dai suoi effetti collaterali? Secondo Lawrence Lessig sì. E lo spiega in un lungo e complesso articolo pubblicato un paio di settimane fa su The New Republic (grazie a Luca Dello Iacovo per averlo rilanciato nei commenti al post precedente). Le conclusioni di Lessig, riconosciuto paladino della cultura libera e accessibile, sono per molti versi sorprendenti e infatti hanno fatto molto discutere (risposte stimolanti sono arrivate, fra gli altri, da Weinberger, Zuckerman, Malamud).
Dice in sostanza Lessig che la disponibilità di enormi quantità di dati non sempre confrontabili tra loro, soprattutto in campo politico e in particolare nei risvolti economici della politica, aumenta la probabilità che si generino analisi falsate e tuttavia di facile presa, i cui danni sono spesso superiori alla nobiltà dello scopo. Non è un problema di scarsa intelligenza delle persone, è un problema di investimento di tempo. Il non sapere è per certi versi razionale, funzionale al sistema. Non si può separare il dato nudo dalla complessa catena di livelli di comprensione che l’intepretazione corretta del dato richiede.
La trasparenza in sé è bene; ma la trasparenza scriteriata, la trasparenza tagliata con l’accetta, genera mostri. E, come noto, i mostri di questi tempi vendono meglio della ragionevolezza. Internet allenta il controllo che si può esercitare sul racconto della realtà, nel bene e nel male. L’indebolimento dell’industria giornalistica sottrae risorse al giornalismo investigativo, lasciando ancor meno presidiato il controllo accurato e competente delle informazioni accessibili da tutti e delle relazioni fra queste. La trasparenza in sé non è più un valore, lo sono semmai la credibilità e l’affidabilità. Ma mentre i precedenti riferimenti in fatto di credibilità stanno attraversando una crisi epocale, non abbiamo ancora nuovi capisaldi a cui affidarci. Fingere di vedere solo gli aspetti positivi riguardo alla disponibilità e all’accessibilità delle informazioni è miope e pericoloso.
Benché universali, va tenuto presente che i ragionamenti di Lessig sono costruiti su misura per il sistema politico (e mediale, indirettamente) degli Stati Uniti. Lessig osserva un paese già piuttosto evoluto dal punto di vista della trasparenza, dove molte banche dati di interesse pubblico sono correntemente disponibili; dove l’amministrazione Obama sta lavorando per renderne accessibili molte altre; e dove il sistema di influenza incrociato tra lobby, media e politica funziona grazie a un sistema di regole peculiare e delicato. La sua provocazione va dunque importata con cautela in nazioni (l’Italia fra queste) dove a monte delle implicazioni della trasparenza c’è ancora da conquistare l’abitudine alla trasparenza.
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