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Regno Unito, i fatti contro gli spin doctor

ch4factChannel 4 torna a fare factchecking. A tre mesi dalle elezioni politiche, l’emittente pubblica inglese riprende un felice format televisivo sperimentato in occasione delle elezioni del 2005 e poi occasionalmente negli anni seguenti e lo trasforma in blog, affidandolo all’inviata di politica interna Cathy Newman. Scopo dell’iniziativa è passare al setaccio le dichiarazioni dei leader di partito, degli esponenti del governo e dei candidati, per far emergere i dati di fatto e sbugiardare le bufale. L’iniziativa è aperta anche alla segnalazione da parte dei lettori. Secondo quanto affermato in un tweet dall’anchorman di Channel 4 Krishnan Guru-Murthy, l’iniziativa avrà anche un seguito televisivo. Interessante il riassunto delle indagini antibufala compiute da Channel 4 nel 2009.

(via Luca Conti)

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Luoghi comuni sull’immigrazione

«Il presente prontuario è dedicato alla sciura Maria», si legge sull’ultima pagina di “Mandiamoli a casa”, i luoghi comuni, un fact check in piena regola sui pregiudizi legati all’immigrazione pubblicato da Giuseppe Civati (con la collaborazione di Andrea Civati, Ilda Curti, Ernesto Ruffini, Roberto Tricarico). Si tratta di un lavoro in evoluzione, aperto alla partecipazione di chi è interessato a contribuire.

«Gli stranieri sono il 23%!»
È la percezione della presenza degli stranieri in Italia: gli italiani hanno la percezione che gli immigrati siano il 23% della popolazione residente, ovvero pensano che gli stranieri presenti siano quasi quattro volte quelli che risiedono realmente in Italia (il rapporto più alto di tutto l’Occidente). In realtà le cose stanno diversamente. Vediamo, nel dettaglio, ‘come’, cercando di rispondere ai luoghi comuni che attraversano il Paese e animano il dibattito pubblico.
[continua a leggere il "prontuario" - pdf]

Da leggere anche la riflessione che Giorgio Jannis costruisce intorno alla pubblicazione del prontuario di Civati e soci:

Escludo dal ragionamento gli psicotici, ma per il resto dell’umanità credo fermamente l’ignoranza sia la radice del Male. Secondo me, tutti sanno di non sapere, ma qui l’umanità si divide in due categorie, quelli che dignitosamente dinanzi ad un argomento sconosciuto tacciono e cercano di imparare, e quelli che timorosi di perdere la faccia, profondamente insicuri di sé, irrigidiscono le proprie posizioni e magari strillano per avere ragione con la forza. Questo è il peggio del peggio: l’arroganza dell’ignoranza.
[continua a leggere su Semioblog]

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Fatti, documenti, indipendenza

Lsdi pubblica una bella riflessione di Raffaele Fiengo (ripresa ieri anche da Marco Pratellesi), di cui mi piace citare un passaggio in particolare:

Il giornalismo italiano è più dedito alle opinioni che ai fatti. E non ha, salvo eccezioni, l’abitudine di lavorare sui documenti. Spesso supplisce, su questo terreno, con qualche magistrato amico, con funzionari e gole profonde e il tutto confluisce normalmente nell’informazione schierata. Le imprese editoriali non coltivano l’indipendenza. Nella migliore delle ipotesi cercano una equidistanza quantitativa. Non chiedono ai loro giornalisti di fornire gli elementi per il processo di formazione dell’opinione pubblica.

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La foto che non avrebbe cambiato il mondo

Ha fatto in tempo a finire su buona parte delle sezioni di costume di telegiornali e giornali online, ieri, la fotografia di John F. Kennedy in vacanza su uno yacht negli anni ‘50, circondato da bellezze senza veli. La storia era ghiotta e apparentemente ben confezionata: l’ex presidente in vacanza sul Mediterraneo, la moglie Jackie che resta a casa incinta ma che improvvisamente perde il bambino, gli esperti e i biografi che confermano le circostanze storiche e i connotati del presidente nella foto galeotta, l’immagine conservata per anni nel cassetto di un venditore d’auto e poi ereditata da uno dei figli.

Una storia piena di condizionali e affermazioni non circostanziate, che però ha preso il volo in pochi minuti dopo essere stata lanciata da TMZ, sito americano di gossip che si è guadagnato un certo credito nei mesi scorsi per aver bruciato tutti sulla morte di Michael Jackson. Nel giro di poche ore è emersa la verità: il viso del presidente Kennedy è stato sovrapposto a quello di un modello in una foto tratta da un numero del 1967 di Playboy. L’immagine originale a colori è poi stata sottoposta a un filtro che l’ha fatta sembrare più antica e credibile. Il resto è un misto di invenzione e di ingenuità di chi ha trattato la vicenda in seguito.

Per ricostruire la vicenda:

Posted in Playboy, Segnalazioni, TMZ, The Smoking Gun.

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In Olanda lo scetticismo si studia all’università

Ecco un’esperienza universitaria degna di nota a proposito di factchecking. Viene dall’Olanda, dove gli studenti del quarto anno di giornalismo della Fontys University di Tilburg hanno la possibilità di esercitarsi per tre settimane nel fare le pulci alle testate del loro paese, cercando errori e imprecisioni. Dalle indagini degli studenti nasce il blog FHK Factcheck, che prima di essere una raccolta di strafalcioni giornalistici è allenamento al medoto dello scetticismo rispetto a quanto proposto su giornali, telegiornali e siti web. Chi non comprende l’olandese può farsi un’idea dei consigli forniti dai docenti grazie alle precarie ma utili traduzioni di Google.

(via LSDI, journ@lismes.info)

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Una scuola di scetticismo per la vita

Una delle relatrici che mi hanno colpito di più al Personal Democracy Forum Europe di Barcellona è stata Esther Dyson. Mi ha impressionato la sua capacità di ragionare senza fretta sulle implicazioni della rete sulla società e la sua lettura a misura d’uomo delle cose di internet. Oltre a essere business angel, Esther Dyson è molto attiva sul fronte della trasparenza nei media, nella politica e negli affari. Non a caso, vedo che nasce professionalmente come factchecker a Forbes Magazine;  di quell’esperienza ha raccontato in un recente post su Huffington Post, che mi sembra molto appropriato segnalare in questa nostra collezione di appunti sul tema:

I brought up my past because I think that fact-checking is the single best training not just for journalism, but for life in general. It teaches you to think skeptically. It is easy to believe something when someone who appears knowledgeable asserts it. But if you have a responsibility for checking facts, you listen more carefully.

[leggi tutto We're all fact-checkers now]

Posted in Huffington Post, Segnalazioni.

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Berlusconi e la crisi finanziaria mondiale

Da un lettore attento, Fabrizio Magnanini, riceviamo un’indagine relativa a un intervento televisivo del Presidente del Consiglio risalente alla primaversa scorsa. Non è mai troppo tardi per puntualizzare inesattezze rilevanti nel racconto della realtà. [sm]

Nella puntata di Porta a Porta del 5 maggio 2009 Silvio Berlusconi è l’ospite d’onore. Siamo all’indomani delle polemiche per la visita del premier al compleanno della diciottenne Noemi Letizia. Berlusconi parla quasi senza interruzioni per un paio d’ore. Un punto è particolarmente interessante, quando Berlusconi assume il merito di aver salvato l’economia mondiale convincendo i Paesi dell’Est Europa e gli Stati Uniti a intervenire per combattere la crisi finanziaria in atto.

Dice Berlusconi dopo 1 ora, 37 minuti e 54 secondi:

Io vorrei anche ricordare una cosa: che c’è del merito nella posizione internazionale che noi abbiamo assunto, anche quando si è aperta questa crisi. Io sono stato il primo presidente del consiglio, il 10 di ottobre, a dichiarare che lo stato italiano… il governo italiano non avrebbe lasciato fallire nessuna banca, e che quindi nessun risparmiatore, nessun depositante avrebbe perso un solo euro. L’abbiamo portato, questa filosofia, questo concetto, in Europa, a Parigi, (tossisce) e Dio solo sa quanto mi sono dovuto impegnare nei confronti dei leader dei Paesi europei dell’Est che, ultimi convertiti… recenti convertiti al libero mercato e al capitalismo ritenevano che l’intervento dello stato per il salvamento di banche o di aziende era da considerarsi un sacrilegio inaccettabile. Siamo riusciti a farlo accettare. Sono volato il 16 di ottobre negli Stati Uniti, ho incontrato il ministro del tesoro Paulson, ho incontrato per quasi un giorno il presidente Bush, abbiamo discusso di questo, praticamente… credo di avere fatto comprendere come fosse stata errata la decisione di assistere, senza fare nulla, al fallimento di Lehman Brothers e di altre due banche. Due giorni dopo l’amministrazione americana decideva di mettere 700 miliardi di dollari al servizio delle banche. Da allora ad oggi, quattrocento… più di quattrocento banche nel mondo sono state aiutate dai rispettivi Stati. Sarebbe stato il panico, molto più forte che il ‘29.

Nella ricostruzione di Berlusconi c’è una inesattezza: egli dice di essere andato negli Stati Uniti il 16 ottobre ma, come sappiamo dal sito del governo italiano, Berlusconi incontra Bush lunedì 13 ottobre e non giovedì 16 ottobre. Il punto più interessante non è l’inesattezza di tre giorni, ma il fatto che Berlusconi affermi di aver convinto Bush e Paulson a varare il piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari. Durante la trasmissione nessuno ha corretto Berlusconi, ma la realtà è differente. Proviamo a tratteggiare una cronologia degli eventi di settembre e ottobre 2008:

  • 18 settembre 2008: il ministro del tesoro Henry Paulson e il presidente della Fed Ben Bernanke si incontrano con alcuni membri del congresso per proporre un piano di emergenza da 700 miliardi di dollari.
  • 24 settembre 2008: il presidente Bush, con un discorso in diretta televisiva, descrive quanto seria la situazione finanziaria potrebbe diventare se non passasse il disegno di legge di Paulson.
  • 29 settembre 2008: il piano diventa un emendamento a un disegno di legge. L’emendamento arriva alla Camera dei rappresentanti che lo respinge (205 si, 228 no).
  • 1 ottobre 2008: l’emendamento viene modificato e arriva al Senato, che lo approva (74 si, 25 no).
  • 3 ottobre 2008: l’emendamento (modificato) torna alla Camera dei rappresentanti, che lo approva (263 si, 171 no). Il presidente Bush firma (e quindi il disegno di legge diviene legge) e si crea il “Troubled Assets Relief Program” da 700 miliardi di dollari.
  • 13 ottobre 2008: Berlusconi è nella Casa Bianca con Bush.

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Le picconate del giovane Sarkozy

sarkoberlin

Rue89 sconfessa i ricordi di Nicolas Sarkozy, che domenica aveva raccontato su Facebook di aver vissuto proprio a Berlino gli eventi storici del 9 novembre 1989, di cui ieri è stato celebrato il ventennale. A conforto delle proprie memorie gloriose, il presidente francese aveva pubblicato una fotografia che lo ritraeva, giovane segretario del Rassemblement pour la République, davanti al Muro col piccone in mano. Tutto molto credibile, se non fosse che la foto è stata scattata in una data diversa, probabilmente il giorno seguente, quando la delegazione parigina sarebbe effettivamente giunta in Germania. Una storia piccola e ancora in divenire, ma già esemplare per il lavoro di ricerca svolto della testata web francese tra le incongruenze nelle dichiarazioni dei compagni di viaggio di Sarkozy e dei testimoni dell’epoca. L’Eliseo per il momento non ha modificato la versione originale di Sarkozy. Intanto in rete circolano già fotomontaggi satirici, che ritraggono il presidente in prima fila nelle foto storiche dei maggiori avvenimenti mondiali dell’ultimo secolo.

Nicolas Sarkozy est bien allé au pied du mur de Berlin en novembre 1989. Une photo (ci-dessus), publiée sur la page Facebook du Président le prouve. Mais contrairement au récit qu’en fait le Président, cette photo n’a pas été prise le 9 novembre, mais bien le 10, comme l’affirmait Rue89 dès ce lundi matin.

Cette information, c’est l’auteur de la photo lui-même qui nous l’a confirmée ce lundi soir. Pour venir en aide au Président, dont la version des faits a été contestée toute la journée, Philippe Martel, organisateur du voyage, nous a donné le nom du photographe : Paul Clave, représentant des Français de Berlin à l’Assemblée des Français de l’étranger de 1982 à 2007. Nous l’avons immédiatement contacté. Voici son témoignage, très précis :

« Nicolas Sarkozy est arrivé à Berlin le 10 novembre dans l’après-midi, dans un avion Air France. Il était accompagné d’Alain Juppé et de Peretti. Madelin est arrivé plus tard dans un avion privé.

Personne ne pouvait savoir pour la chute du Mur le 9 novembre. J’ai appelé le journaliste Nicolas Poincaré le 9 à 18h00 pour lui dire que les choses bougeaient. Puis Didier Quentin, directeur des relations internationales à la mairie de Paris, pour qu’il envoie Chirac. Mais il partait au Japon, d’où la décision d’envoyer la délégation de Juppé.

Cette photo je m’en souviens, je l’ai faite le 10 au soir à 22h00. A 17h00 on avait pris un café au check-point avec Madelin. Je n’ai pas souvenir d’avoir croisé François Fillon. Puis on est allé dans un café jusqu’à 2h00 du matin. A 6h30 le 11, ils prenaient un avion pour rentrer à Paris. »

Nous avons recontacté Paul Clave ce mardi matin. Il confirme avoir pris des photos de la délégation d’Alain Juppé et Nicolas Sarkozy devant le mur mais émet un doute :

« Je ne sais plus si c’est moi ou mon assistante qui a pris cette photo. Mais je suis sûr de la date et j’étais là au moment où la photo a été prise. Tout le monde – dont moi – prenait des photos. Je les ai en ma possession. Il ne peut y avoir aucun doute. »

[continua a leggere su Rue89]

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Dieci domande in archivio

Prima che la macina dei media le trasformasse in una mezza burletta condita di particolari piccanti e gossip irrilevante, le dieci domande di Repubblica sono state forse il più importante caso di factchecking politico in Italia. Con le non-risposte di ieri di Silvio Berlusconi in qualche modo l’inchiesta si chiude. Il risultato non fa onore né alle istituzioni democratiche né all’informazione italiane. Sarebbe bene che un giorno, quando si saranno calmate le acque e si potrà parlare dello statista Berlusconi senza toccare nervi scoperti, la si spolpasse di tutte le sovrastrutture retoriche e polemiche accumulate in sei mesi per andare all’essenza di un lavoro sulle fonti di grande rilevanza. Così come del rapporto del potere con le circostanze verificabili.

Curiosamente, di questa inchiesta più che il metodo (confronto di dichiarazioni, incrocio di fonti, condivisione grezza dei materiali raccolti, aggiornamento nel tempo) resta la confezione. Le “dieci domande” sono diventate un genere giornalistico e paragiornalistico abusato, un luogo comune ostinato e spesso ironico o polemico, ma quasi sempre ma spogliato della sua radice di ricerca dei fatti. Basterebbe una sola domanda, alle volte, ma fatta bene.

A mo’ di promemoria, raccolgo qui i passaggi fondamentali del caso:

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ECHR: Lautsi contro Italia, la sentenza

La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è stata pubblicata in lingua francese (si trova in pdf sul sito del’Osservatorio delle Libertà e Istituzioni Religiose). Sul blog di Alessandro Gilioli è presente una traduzione italiana integrale, dalla quale prendiamo a prestito i passaggi più significativi.

[...] I FATTI.

La ricorrente risiede a Abano Terme e ha due bambini, Dataico e Sami Albertin. Questi ultimi, rispettivamente all’epoca di undici e tredici anni, frequentavano nel 2001-2002 la scuola pubblica “Istituto comprensivo Statale Vittorino da Feltre”, ad Abano Terme.

Le classi avevano tutti crocifissi esposti, ciò che la ricorrente riteneva contrario al principio di laicità secondo il quale desiderava istruire i suoi bambini. Sollevava quindi la questione nel corso di una riunione organizzata 22 aprile 2002 a scuola e faceva presente il principio (stabilito dalla Corte di Cassazione italiana, sentenza n. 4273 del 1° marzo 2000) per cui la presenza di un crocifisso nelle classi quando queste diventano urne per le elezioni politiche era stato già giudicato contrario al principio di laicità dello Stato.

Il 27 maggio 2002 la direzione della scuola decideva tuttavia di lasciare i crocifissi nelle classi.

Il 23 luglio 2002 la ricorrente impugnava questa decisione davanti al Tribunale amministrativo della regione Veneto. Basandosi sugli articoli 3 e 19 della Costituzione italiana e sull’articolo 9 della Convenzione, ella adduceva la violazione del principio di laicità. Inoltre, denunciava una violazione del principio d’imparzialità dell’amministrazione pubblica (articolo 97 della Costituzione).

Così chiedeva al tribunale di investire la Corte Costituzionale della questione di costituzionalità.

Il ministero della Pubblica istruzione italiano, che ha emanato la direttiva n. 2666 che raccomanda ai direttori delle scuole di esporre il crocifisso, si costituiva quindi parte nella procedura sostenendo che la decisione in questione si basava sull’articolo 118 del Decreto regio n. 965 del 30 aprile 1924 e sull’articolo 119 del Decreto regio n. 1297 del 26 aprile 1928 (disposizioni precedenti alla Costituzione italiana e agli accordi tra l’Italia e Santa Sede).

Il 14 gennaio 2004 il Tar del Veneto riteneva, tenuto conto del principio di laicità (articoli 2,3,7,8,9,19 e 20 della Costituzione) che la questione di costituzionalità non era palesemente infondata e di conseguenza investiva della questione la Corte costituzionale. Inoltre vista la libertà d’insegnamento e visto l’obbligo scolastico, la presenza del crocifisso era imposta agli allievi, ai genitori degli allievi e ai professori e favorivano la religione cristiana al detrimento di altre religioni.

La ricorrente si costituiva quindi parte nella procedura dinanzi alla Corte costituzionale.

Il governo sosteneva che la presenza del crocifisso nelle classi era «un fatto naturale» in quanto il crocifisso non era soltanto un simbolo religioso ma anche «il simbolo della Chiesa Cattolica», che è la sola Chiesa nominata nella Costituzione (articolo 7). Occorreva dunque dedurne che il crocifisso era indirettamente un simbolo dello Stato italiano.

Con un’ordinanza del 15 dicembre 2004 n. 389, la Corte Costituzionale si definiva incompetente, dato che le disposizioni nella controversia in essere non erano leggi dello Stato, ma regolamenti che non avevano forza di legge.

La procedura dinanzi al Tribunale amministrativo quindi riprendeva.

Con una sentenza del 17 marzo 2005 n. 1110, il Tribunale amministrativo respinse il ricorso della ricorrente. Riteneva che il crocifisso fosse allo stesso tempo il simbolo della storia e della cultura italiane, e quindi dell’ identità italiana, e il simbolo dei principi di uguaglianza, di libertà e di tolleranza come pure della laicità dello Stato.

La ricorrente faceva ricorso dinanzi al Consiglio di Stato.

Con una sentenza del 13 febbraio 2006, il Consiglio di Stato respingeva il ricorso, poiché ritebeva che il crocifisso era diventato uno dei valori laici della Costituzione italiana e rappresentava i valori della vita civile. Continued…

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