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Tornare a parlare di dati

Mario Tedeschini Lalli su Giornalismo d’altri lancia la discussione, una volta per tutte. Siccome il suo spunto è fondamentale per quello che qui, nei ritagli di tempo, cerchiamo di fare da qualche mese, mi permetto di citarne ampi stralci, sperando di rilanciare il confronto:

Quello che il giornalista “fa” è selezionare e organizzare l’informazione.

Nel mondo analogico la funzione di selezione e organizzazione dell’informazione non veniva e non viene alla luce tranne che al suo stadio finale: il testo degli articoli, l’impaginato del giornale o il sommario del tg. Nel mondo digitale è possibile fare di più: portare “in vista” una gran parte di questo processo, sia per aumentare la quantita e la rilevanza delle informazioni per il singolo utente/lettore, sia per aumentare la credibilità del proprio prodotto.

Si tratta di cominciare a trattare di dati, gli elementi di base di ogni ricerca o indagine giornalistica per quello che valgono: cioè molto. Scoprirli, organizzarli, renderli commentabili e annotabili. E per dati possiamo intendere sia i numeri, le tabelle, le statistiche; sia i documenti, i testi originali ecc.

Qualcuno potrebbe dire che si tratta di una funzione “archivistica”, io sostengo che mettere il pubblico in grado di scrutare e analizzare i dati sulla base del quale la politica o il potere in genere prendono le decisioni sia una funzione tipicamente giornalistica. Il bello di questo nuovo mondo digitale e che possiamo andare oltre i semplici “esempi” che possiamo mostrare o citare in un articolo o in una pagina e offrire al pubblico, al cittadino il materiale originale, tutto il materiale originale – in forma significativa.

Da questo punto di vista occorre agire in due direzioni: verso le autorità pubbliche e verso i processi stessi di costruzione giornalistica.

Il punto è centrale. Non è soltanto una questione di pratiche professionali, ma anche di disponibilità dei dati. E se non cominciamo a raccoglierli, a chiedere che vengano messi a disposizione e a pretendere che diventino un bene pubblico, come già in altre nazioni che prima di noi si sono confrontate con le opportunità e i rischi della società digitale, non faremo mai passi avanti in questo settore. E dunque:

Verso le autorità pubbliche si tratta di far comprendere che i dati e i documenti sono – tranne eccezioni – patrimonio dei cittadini e che devono essere resi disponibili rendendone più facile il reperimento. Da una parte c’è da andare verso una legislazione e – specialmente – una prassi che si ispiri al Freedom of Information Act americano (FOIA): l’Italia, come è noto, è molto indietro in questo, ma da un anno il principio – sia pur solo il principio – è stato affermato dal legislatore: un emendamento alla cosiddetta Legge Brunetta sulla pubblica amministrazione ha infatti stabilito

  • la trasparenza “intesa come accessibilità totale, anche attraverso lo strumento della pubblicazione sui siti internet” di tutti i dati e le informazioni sull’organizzazione e l’andamento delle amministrazioni (comma settimo)
  • “le notizie concernenti lo svolgimento delle prestazioni di chiunque sia addetto a una funzione pubblica e la relativa valutazione non sono oggetto di protezione della riservatezza personale” (comma nono)
  • full disclosure, ossia “accessibilità totale” di tutte le informazioni riguardanti l’organizzazione e l’attività delle pubbliche amministrazioni

Verso il giornalismo stesso occorre cominciare a far passare l’idea che la “bella scrittura” vale niente o poco se non c’è il dato sul quale appoggiarla e che il giornalista da solo non ha materialmente la forza di gestire tutti i dati rilevanti. Occorre passare da un giornalistico “impressionistico” a quello che qualcuno definisce “ di precisione“, al “ database journalism” e che potrebbe arrivare fino al “ crowdsourcing“, cioè alla collaborazione dei cittadini alla raccolta e anche all’analisi dei dati e dei documenti, come è accaduto al Daily Telegraph e al Guardian britannici per l’inchiesta sui rimborsi spese dei parlamentari.

Leggi tutto e discutine su Giornalismo d’altri.

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“Non ho mai sostenuto l’evasione fiscale”

Poi sulla decontestualizzazione delle frasi e sui vari distinguo del caso si può anche discutere. Ma se l’unico livello di confronto resta quello degli slogan, finisce che prima o poi gli slogan ci si rivoltano contro. Ed è più o meno quello che è successo ieri sera a Silvio Berlusconi, intervenuto in diretta telefonica a Ballarò.

Il frammento di Ballarò del 1° giugno 2010:

Il frammento di una conferenza stampa a Palazzo Chigi il 17 febbraio 2004:

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PolitiFact e il franchising del fact checking

I fatti come il fast food. Negli Stati Uniti PolitiFact, il progetto di fact checking politico del St. Petersburg Times, vincitore di un Pulitzer nel 2009 per il lavoro di copertura delle elezioni presidenziali 2008, ha dato vita alla sua prima edizione locale in Texas e intende estendere l’iniziativa in tutti gli stati americani. Peculiare il modello: PolitiFact concede l’uso dei suoi marchi (tra cui quello distintivo del Truth-o-Meter), ospita le pagine nel suo dominio, propone un programma intensivo di formazione del personale coinvolto, condivide gli standard redazionali, cede parte dei ricavi pubblicitari, ma la gestione corrente della singola edizione locale è poi affidata a organizzazioni indipendenti, non direttamente legate al St. Petersburg Times. «Non ci limiteremo ai giornali. Abbiamo parlato con emittenti radiofoniche, blog politici e pubblicazioni online. Avvieremo partnership con qualunque testata informativa possa dedicare due o tre reporter full time a questo progetto e garantire un impegno costante», dice il direttore Bill Adair, che ammette di essersi ispirato alle catene di fast food per concepire il modello di propagazione nazionale di Politifact.

How do you protect your credibility as more people make Truth-O-Meter rulings under the PolitiFact brand?

Adair: One of the lessons of national chains, particularly in the food business, is the importance of training and quality control. I did some research on how fast-food chains do it before we started and we have applied the lessons to our state ventures. Good training is really important. We do some pretty intensive training for the reporters and editors who are involved with PolitiFact state sites and then, after they launch, we continue to help them with editing and making Truth-O-Meter rulings. Our partnership with Austin has been a success largely because they put some very talented people on the PolitiFact team. But I think the training and our continued support was also critical. We’re not limiting ourselves to newspapers. We’ve had conversations with radio stations, political blogs and Web-first publications. We’ll partner with any news organization that can dedicate two or three full-time reporters to the project and make a sustained commitment.

[leggi l'intera intervista di Steve Myers di Poynter Online a Bill Adair]

(grazie a Luca Conti per la segnalazione)

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Correggere gli errori in territorio neutro

Correggere gli errori della stampa ma insieme e in un luogo neutrale, civile e moderato, il cui scopo è migliorare il giornalismo con la collaborazione di tutti, superando le esasperazioni da watchdog e l’indifferenza tipica delle redazioni colte in fallo. Nasce con queste premesse MediaBugs, nuova iniziativa di Scott Rosenberg finanziata dalla Knight Foundation.

What is MediaBugs?

MediaBugs is a service for reporting specific, correctable errors and problems in media coverage.

See something wrong with a news item in print, broadcast or online? You report the problem. We’ll provide a neutral, civil, moderated discussion space. We’ll try to alert the journalists or news organization involved about your report and bring them into a conversation.

As a result of this dialogue between journalists and the public, some errors may get corrected; others won’t. Either way, the discussion will leave a useful public record.

Our goals (what we do)

  • Give the public tools to report errors and problems they find in media coverage (print, broadcast, web).
  • Help get those errors corrected and problems resolved by facilitating civil, productive discussion of them between journalists and the public.
  • Help journalists by organizing and filtering the reporting of errors.
  • Track data on errors and corrections for public use.
  • Improve communication between the media and the public, making the press more accountable and giving the public more confidence in the news.

Our non-goals (what we don’t do)

  • We’re not an online fact-checking service.
  • We’re not a place for general debates about media bias, politics or ideology. We’re for reporting specific issues with specific pieces of news coverage.

Additional facts

We’re about taking action to improve the quality of news. We know there’s no clear bright line between “fact” and “opinion,” but we encourage you to use MediaBugs to improve the accuracy, clarity and fairness of media coverage rather than to rehash general debates about media bias or recycle broad critiques of media missteps. We’ll try to bring knowledgeable parties into the discussion but we’re not able to re-report stories ourselves. We draw inspiration from the public bug trackers that open source projects use to fix bugs in their software.

(via Il Giornalaio)

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Ripetilo se hai coraggio

Renzo Bossi dice a Vanity Fair che non tiferà Italia ai prossimi mondiali di calcio. Siccome siamo in Italia, l’argomento viene preso sul serio e ne nasce un caso tra il costume e la politica. Ai microfoni di Alfondo Signorini su RadioMonteCarlo Renzo Bossi tenta una marcia indietro: tiferò, ma senza star attaccato al televisore. Tanto per tornare ai fatti, Style.it pubblica l’audio dell’intervista.

Posted in RadioMonteCarlo, Segnalazioni, Style.it, Vanity Fair.

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Buon giornalismo a Perugia

Chiunque abbia a cuore lo stato e il destino del buon giornalismo non può che guardare con interesse alle decine di incontri in corso questa settimana a Perugia durante il Festival Internazionale del Giornalismo. Non si parla espressamente di fact checking, ma il fact checking aleggia più o mano manifesto in molti dibattiti. Chi non potesse essere in Umbria di qui a domenica, può seguire gli incontri sulla webtv della manifestazione.

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Ricominciamo dai programmi

In Gran Bretagna è in corso la campagna elettorale per le elezioni politiche. Laburisti e conservatori hanno pubblicato i loro programmi. Il Guardian si è messo a fare le pulci, riga per riga.

labour_manifesto

(via Luisa Carrada)

Posted in Segnalazioni, The Guardian.

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Luci e ombre da Amburgo

Craig Silverman pubblica un esaustivo resoconto della conferenza sul fact checking organizzata ad Amburgo da Der Spiegel, di fatto la prima di cui si abbia notizia.

Nearly all of us who spoke in English couldn’t help but note what a pleasure it was to participate in, wonder of wonders, a conference about fact checking. God bless those crazy Germans. None of us were willing to offer the checker’s guarantee that it was the first ever such gathering on record, but it was the only one we could think of.

[leggi tutto su Regret the Error]

Alcuni fatti interessanti che emergono dalla sintesi di Silverman:

  • Der Spiegel ha un reparto di fact checking composto da 70 persone full-time;
  • il New Yorker, la testata americana con il maggior numero di checker, arriva a 16;
  • il fact checking è in declino in tutto il mondo, le testate investono sempre meno in questa funzione.

Nel post di Regret the Error ci sono alcuni filmati e molte slide, decisamente interessanti. Tra queste ultime, uno studio comparato tra Stati Uniti, Svizzera e Italia in merito al numero e alla tipologia di errori rintracciati sui quotidiani. Non ci facciamo una grande figura, naturalmente.

Posted in Der Spiegel, New Yorker.

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No, non è l’Italia

Mario Tedeschini Lalli segnala una collaborazione originale tra un programma televisivo di interviste a esponenti politici e un sito web specializzato in verifica delle affermazioni degli intervistati:

No, non è Anno Zero, non è Porta a Porta, non è Matrix, cioè: non è l’Italia. La trasmissione è la domenicale This Week della Abc, il sito è PolitiFact, specializzato in “fact checking”. Il conduttore Jake Tapper afferma, naturalmente, che intende fare la sua parte di “fact checking” in diretta, in trasmissione. Ma subito dopo il programma il sito dell’Abc e quello di PolitiFact avranno la “prova realtà” delle affermazioni fatte. La prima sarà Hillary Clinton.

Posted in ABC, PolitiFact, Segnalazioni.

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Una conferenza ad Amburgo

Una conferenza completamente dedicata al fact checking: si tiene sabato 27 e domenica 28 marzo ad Amburgo, in Germania ed è organizzata dall’associazione di giornalisti Netwerk Recherche:

In its guidelines, the journalists’ association netzwerk recherche demands a new “culture of accuracy”: “New models of fact-checking should be tested, new research jobs should be created“. To secure the accuracy of information only few German newsrooms have established work routines that follow Anglo-Saxon examples. At some of the biggest names in the news-industry, fact-checkers work tirelessly behind the scenes to prevent reporting errors. What are the advantages and drawbacks of this method? How can journalists who work without fact-checkers in the background benefit from the experience of fact-checking systems? And what significance does fact-checking have in the era of Wikipedia and online news?

Il programma in Pdf.

(via Regret the error)

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